È stato presentato mercoledì 4 dicembre, presso la sala consigliare di Sansepolcro alla presenza del Sindaco Daniela Frullani il libro “Gerusalemme senza Dio. Ritratto di una città crudele” di Paola Caridi, dove ha vissuto per dieci anni, in una casa a ridosso delle Mura di Solimano, quelle che chiudono la Città Vecchia.

Ad introdurre la serata organizzata dalla Associazione Habibi, è stato il presidente della associazione Don Mario Cornioli, che è tornato per l’occasione proprio dalla Terrasanta dove è sacerdote fidei donum in servizio al Patriarcato Latino di Gerusalemme.
A Gerusalemme Paola Caridi ha vissuto per dieci anni, in una casa a ridosso delle Mura di Solimano, quelle che chiudono la Città Vecchia. E’ facile immaginarla dalle finestre di quella casa, al margine del quartiere di Musrara, mentre osserva il panorama: le scaglie dorate della Cupola della Roccia e oltre, fino al Monte degli Ulivi.
Il libro parte proprio da lì, dalla storia, esemplare e complessa, del quartiere di Musrara, condensato della storia di Gerusalemme dagli ultimi anni del dominio ottomano, fino al Mandato britannico e agli eventi tragici del 1948 e poi ancora del 1967. Fino ai nostri giorni.
Di primo impatto il titolo appare un ossimoro. L’intenzione dell’autrice, però, non è quella di escludere Dio. Privare della sua natura religiosa una città che è intrisa di santità, è un modo di osservare la vita di Gerusalemme e i suoi abitanti, ed è un modo di scrivere: laico.
Uno sguardo soggettivo ma obiettivo, quello della giornalista. Complesso, infatti, il distacco dai parametri europei per interpretare il mondo politico israeliano. Se, fino ad ora, le descrizioni sulla città sono state limitate e “se noi giornalisti non riusciamo a descrivere la complessità di Gerusalemme, è perché abbiamo perso l’abitudine di guardare per le strade, guardare qual è la storia degli abitanti”, dichirara l’autrice.
La giornalista ritrae il suo soggiorno come diverso da quello dei suoi colleghi, perché diversa è stata la sua possibilità di osservazione: “non ero una giornalista di passaggio, ero la madre di Francesco. Questo vuol dire che ero stata accettata all’interno della comunità. Avevo uno sguardo familiare, non individuale. La mia vita lì è stata quella di una persona normale a Gerusalemme”.
L’iniziativa organizzata dall’Associazione Habibi, che ricordiamo ha come obbiettivo quello di aiutare i bambini orfani e disabili del centro Hogar Nino Dios di Betlemme, è stata molto partecipata e l’attenzione al tema che scaturisce dal libro ha creato una attenzione unica.