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Rafedin: 10 anni di un atelier, non solo di assistenza

12 Maggio 2026 | 0 Comments
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La storia di Rafedin non nasce come un progetto umanitario nel senso convenzionale del termine. Nasce da un’intuizione, quasi casuale ma allo stesso tempo inevitabile, che ha preso forma dieci anni fa a Betlemme.

All’epoca Rosaria Minnino faceva volontariato con dei bambini quando una conversazione cambiò tutto. Don Mario Cornioli, appena trasferito in Giordania, parlava di giovani rifugiate irachene bloccate in una sorta di limbo, in attesa di un ricollocamento che avrebbe potuto richiedere mesi o persino anni. Ciò che lo preoccupava non era soltanto la difficoltà materiale, ma soprattutto il peso psicologico di vite sospese.

Da quella conversazione nacque un’idea semplice: se il tempo dell’attesa non poteva essere accelerato, forse poteva almeno essere trasformato in qualcosa di significativo. I corsi di cucito furono il punto di partenza. Nel giro di una settimana, quella che sembrava un’idea vaga divenne realtà: macchine da cucire, un piccolo gruppo di ragazze e uno spazio all’interno di un istituto salesiano già legato alla tradizione artigianale e al sostegno delle donne.

Oggi Rafedin ha sede presso la chiesa cattolica di San Giuseppe ad Amman, dove il progetto ha preso ufficialmente forma nel 2016.

Molte delle donne coinvolte sono fuggite dalle violenze che hanno travolto Iraq e Siria durante gli anni del cosiddetto “califfato” dell’ISIS. La Giordania è diventata un rifugio temporaneo, ma anche un luogo di incertezza: molte non potevano lavorare, non potevano tornare nel proprio Paese e aspettavano ancora che le loro richieste di asilo venissero approvate.

Dieci anni dopo, Rafedin ha formato più di 160 giovani donne, la maggior parte poco più che ventenne. Molte di loro si sono poi trasferite in Canada, Stati Uniti o Australia, portando con sé non solo ricordi, ma anche competenze concrete ed esperienza professionale.

Eppure descrivere Rafedin semplicemente come un progetto di formazione professionale non basta a raccontare ciò che è diventato nel tempo.

Più che un’iniziativa umanitaria, Rafedin funziona come un vero atelier: uno spazio in cui artigianalità, design e precisione contano tanto quanto la solidarietà. Fin dall’inizio, Rosaria ha rifiutato l’idea che Rafedin potesse assomigliare a un laboratorio caritatevole. L’obiettivo non è mai stato quello di produrre “artigianato di rifugiate,” ma creare capi e accessori di qualità. Ogni pezzo è infatti unico, spesso impossibile da riprodurre esattamente.

“La cosa che specifico sempre a tutti è che non si tratta di un mercatino di beneficenza. Questa è una vera linea di abbigliamento,” racconta Rosaria. “Diciamo che giochiamo a fare le stiliste e ci siamo create la nostra piccola fashion week.”

Questa filosofia attraversa tutto il progetto. Le donne di Rafedin non vengono considerate bisognose di assistenza, ma artigiane, il cui lavoro possiede un valore sia economico che creativo. I prodotti vengono venduti tra Amman e l’Italia per sostenere economicamente il progetto, che oggi si autofinanzia.

Tra loro c’è Rita Hamid Batros, 22 anni, originaria di Mosul. Vive in Giordania da cinque anni e lavora in Rafedin da tre, specializzandosi nella realizzazione di borse.

Prima di entrare nell’atelier, Rita aveva già esperienza nella lavorazione della pelle. Il tessuto, però, rappresentava una sfida completamente diversa.

“Il pezzo di cui vado più fiera sono le borse in tessuto,” racconta. “La mia esperienza era soprattutto con la pelle. La pelle mantiene misure stabili, mentre il tessuto può spostarsi tra le mani, anche di mezzo centimetro. Imparare a lavorare il tessuto e creare borse è stato un grande traguardo.”

Con il tempo, Rafedin è diventato anche un raro spazio sociale, un luogo in cui le donne possono costruire amicizie, acquisire fiducia e aprirsi gradualmente agli altri.

“Sono tutte molto giovani e molto timide. Quando arrivano da noi, questo posto diventa un modo per aprirsi agli altri,” spiega Rosaria.

Quello che si è creato tra Rosaria e il gruppo assomiglia ormai a una famiglia allargata: un legame fatto di affetto e cura reciproca. E forse l’aspetto più straordinario di Rafedin è proprio la cultura che le donne stesse hanno costruito all’interno dell’atelier.

“Quando una di loro riceve finalmente la tanto attesa chiamata per il ricollocamento, la reazione non è mai di gelosia, ma di gioia collettiva,” racconta Rosaria. “Anche chi aspetta da anni festeggia la partenza delle altre.”

Dopo dieci anni, l’impatto di Rafedin non può essere misurato soltanto dal numero di donne formate o dai prodotti venduti. Il suo risultato più profondo è aver creato uno spazio in cui l’attesa si trasforma in creazione e in cui donne troppo spesso definite soltanto dalla loro condizione di rifugiate possono invece essere riconosciute per il loro talento e il loro lavoro.

A Rafedin, l’etichetta di “rifugiata” non scompare, ma smette di essere l’unica identità che conta.

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